Frida Kahlo: genio e sofferenza

Di: Anna Rita Delucca

Messicana, per metà europea ( il padre era un fotografo ebreo - ungherese ), Frida Kahlo è stata una delle più grandi pittrici del Novecento. Nata nel 1907, morì a soli quarantasette anni, ma la sua vita fu straordinariamente ricca di esperienze uniche, sempre oscillante tra genialità artistica e sofferenza. Dotata di una personalità forte e dolcissima nel contempo, la sua arte è a tratti visionaria e a tratti realistica: tutte le sue opere sono intrise d’una disperata vitalità: una lotta eterna tra il dolore fisico e una violenta energia creativa che nasce e si alimenta proprio attraverso la grande sofferenza, la costrizione del corpo, chiuso dentro ad un busto di gesso per sostenere una schiena menomata dopo un terribile incidente che le devastò varie parti del corpo quando era ancora adolescente.
Frida, come la Fenice morì e rinacque per tutta la sua incredibile vita, passando dal buio più nero inchiodata in un letto, dove restava costretta per lunghi mesi a dipingere, a periodi di vivace vita sociale, lotte politiche condotte accanto al suo grande amore il pittore di murales Diego Rivera, artista di calibro e indiscussa fama già durante tutto il primo trentennio del Novecento, ma anche militante e attivista politico nella grande rivoluzione messicana di Emiliano Zapata e Pancho Villa. Per Rivera Frida fu allieva, moglie, ma soprattutto musa ispiratrice: d’altro canto, grazie al marito (che sposò per ben due volte, seppure avesse una personalità piuttosto impetuosa e contraddittoria, geniale ma senza regole), Frida conobbe e frequentò personaggi come Duchamp, Picasso, Kandinsky, viaggiò ed espose negli Stati Uniti e in Europa, ebbe rapporti con politici, rivoluzionari come Trockij, grandi industriali come Ford o Rockefeller, poeti del calibro di Andrè Breton.
Nonostante il fermento culturale di quel periodo cruciale tra le due grandi guerre, i coniugi Rivera si dedicarono sempre alla lotta per causa dei diseredati, dei braccianti “senza terra” messicani, sacrificando, in varie occasioni, l’amicizia con personaggi di classi sociali superiori che facevano parte delle loro stesse frequentazioni e inimicandosi, di conseguenza alcuni di loro.
Libertà d’idee, di vita, d’espressione, realismo rappresentato attraverso i simboli (uno dei più significativi sono le sopracciglia unite a volo d’uccello dei suoi numerosi autoritratti: commistione di colori, effetti shock, un certo non so che di surrealismo nei suoi quadri, sebbene ella abbia sempre rifiutato il paragone con l’arte dei surrealisti, una forza, a volte brutale, nella rappresentazione della realtà del dolore. Spesso anzi quasi sempre, è modella di sé stessa: si raffigura come attraverso uno specchio psicologico che vede all’interno della sua essenza; la sua stessa immagine è lo strumento per rappresentare un’ estetica della realtà che sia un’estetica non solo del bello ma anche del brutto che comunque è presente in lei, nel suo soffrire, nel suo dolore infinito che ha accompagnato un intero percorso di vita e di arte.
(Da Ingresso Libero N.20, Maggio 2015)

Data articolo: 12-06-2015


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