Le misteriose lacche di Fra Galgario

Di: Franco Desiderio

Giuseppe Ghislandi più noto come Vittore Ghislandi o Fra Galgario, fu un grande ritrattista, esponente di primo piano del realismo lombardo del XVIII secolo, definito nel 1953 dal critico d'arte Roberto Longhi come il "maggior ritrattista del Settecento, non in tutta Bergamo, ma in tutta Europa".
Gran parte delle notizie biografiche le dobbiamo al conte Francesco Maria Tassi e al suo libro "Vite De' Pittori Scultori e Architetti Bergamaschi" pubblicato nel 1793, ma scritto assai prima, la cui attendibilità dovrebbe essere garantita dalla conoscenza diretta che l'autore ebbe del Ghislandi essendone stato anche allievo dilettante.
Nato a Bergamo nel 1655, ebbe la sua prima formazione artistica a Bergamo tra il 1670 ed il 1675, passando un periodo quale apprendista presso la bottega del pittore Giacomo Cotta e successivamente in quella del pittore fiorentino Bartolomeo Bianchini, dal 1668 operante nella città lombarda.
Gli ultimi 25 anni del secolo li trascorse a Venezia in due lunghi periodi intervallati da un breve ritorno alla città natale nel 1688. Lo stesso anno del suo arrivo a Venezia Ghislandi si fece frate paolotto, entrando nel convento di San Francesco da Paola a Venezia, probabilmente convinto da un frate al quale fece il ritratto e che l'ospitò nel proprio convento, senza tuttavia dedicare mai molto del suo tempo alle pratiche religiose. Fu in questa occasione che assunse il nome di Vittore.
Durante il secondo periodo veneziano Ghislandi completò la sua formazione nella bottega di Sebastiano Bombelli, un pittore assai noto, prima come allievo, poi come aiutante sino a misurarsi e a superare il maestro.
Stranamente dei suoi primi 45 anni di vita abbiamo notizie biografiche, ma quasi nulla della produzione artistica, che pure deve esserci stata se è vero che a soli 15 anni dipinse un ritratto al padre (andato perduto) e che nel 1688, nel breve periodo trascorso a Bergamo tra i due soggiorni veneziani Ghislandi realizzò alcune opere di carattere sacro per le chiese della provincia, anche queste andate perdute "Sebbene suo principale e grandissimo pregio sia stato solamente ne'ritratti, ed in altre teste a capriccio, come abbiamo veduto; non è però che non abbia ancor fatta qualche opera a fresco, come ne' suoi primi anni fece in casa Zanchi a Rosciate, ed altri quadri istoriati ancora; come una tavola nella Chiesa de' Frati di Longuele rappresentante Sant'Antonio di Padova col Bambino Gesù: un'altra nella Parrocchiale della Madonna di Sforzane in faccia all'organo, nella quale vedesi espressa la Natività della Beata Vergine; ed altri quadretti laterali all'altar maggior nella Chiesa di Galgano (Tassi)". Inoltre sempre come dice il Tassi "Fra le molte opere che fece in questo tempo in Venezia, singolare è il proprio ritratto coll'abito della sua religione, il quale sempre usò in tutti gli altri ritratti, che in diversi tempi fece di sé medesimo: ora è collocato nella libreria del suo convento in Venezia. Nella scuola di San Marco vedesi il ritratto di Niccolò Olmo Governatore di detta scuola, dirimpetto ad un altro fatto dal Bombelli suo maestro, né distinguesi qual sia il migliore.
Un ritratto di un Senatore in piedi in casa Giustiniani in cale delle acque; ed il ritratto di Lauro Querini fu Avogadór, in detta casa. Fece li ritratti di Don Marco Ottoboni Duca di Fiano, e della Duchessa sua moglie, ed in segno di loro totale aggradimento n'ebbe in regalo una ricca medaglia d'oro
".
Se è vero, come suggerito da molti storici che il periodo più prolifico fu quello della maturità, dopo il ritorno nella nativa Bergamo, è tuttavia probabile che un certo numero delle sue opere giovanili sia stata soggetta ad errata attribuzione agli allora più noti Bombelli e Kupetzky. Tra l'altro le opere di cui ci riferisce il Tassi stanno a testimoniare della buona fama raggiunta da Ghislandi già nel secondo periodo veneziano, considerando il prestigio dei committenti.
Dopo il ritorno a Bergamo, nei primissimi anni del '700, Ghislandi si trasferì nel convento di Galgario, da cui trasse il soprannome con cui è oggi noto.
Abbandonati gli argomenti sacri, che peraltro mai costituirono oggetto della sua formazione, si mise a ritrarre i personaggi della società del suo tempo, interpretandone psicologia e sentimenti. Immediato fu il successo, non solo in ambito locale, ma anche in Italia e ben presto anche fuori dai confini nazionali. L'abilità tecnica affinata nel corso del lungo tirocinio, e la sua capacità introspettiva gli consentirono la creazione di un gran numero di ritratti, non solo delle nobili famiglie del tempo come gli Albani, i Rota, i Secco Suardo, ma anche di personaggi anonimi di ogni condizione sociale.
La fama raggiunta gli consentì di essere invitato dal cardinale Giacomo Boncompagni a Bologna nel 1717 per realizzarne il ritratto (anch'esso purtroppo andato perduto) e di essere accolto quale membro d'onore dell'Accademia Clementina, onorificenza sancita con un documento del 17 Ottobre 1717 - "Noi Principe, ed Accademici Clementini.
Dopo aver considerato il molto valor vostro, Padre Fra Vittore Ghislandi Bergamasco dell'ordine de' Minimi di San Francesco di Paola, e quanto voi siate egregio nella pittura; tutti a viva voce vi abbiamo alla Accademia nostra annoverato, ed aggiunto al Catalogo degli Accademici d'Onore. Con questo intendiamo di riconoscere in parte il merito vostro, ed assieme di accrescere non poca gloria all'Accademia, la quale sempre vi sij a cuore. Dalla Accademia Clementina li 17. Ottobre 1717. Bologna.
Donato Creti Viceprincipe
".
Un'altra testimonianza della fama raggiunta la si può trarre dal ritratto che il Tiepolo si fece fare da Fra Galgario tra il 1732 ed il 1733. E' in questo periodo che Fra’ Galgario inviò il suo autoritratto agli Uffizi, mentre alcune sue opere varcavano i confini nazionali per essere accolte in importanti collezioni europee come quelle del Maresciallo Schulenberg e del Principe Eugenio di Savoia.

Tra le caratteristiche tecniche che contribuirono alla fama di Fra Galgario ci fu senza ombra di dubbio la vivacità cromatica con cui seppe rendere sete, velluti e i vari tessuti dai quali erano avvolti i suoi personaggi, che nel gioco delle luci ed ombre del ritratto fanno risaltare ancor di più il volto e l'espressione del personaggio. Questa ricerca ossessiva della giusta tonalità cromatica, in particolare quella rossa scura "forte come sangue raggrumato" era ottenuta con lacche da lui stesso prodotte con procedimenti del tutto sconosciuti, che ancor oggi sono oggetto di studi con l'analisi dei pigmenti per mezzo di tecniche spettroscopiche.
Quelle luminosissime "lacche rosse" erano talmente famose ed invidiate già ai suoi tempi che altri artisti avrebbero fatto carte false per averne un po'. Nel 1719 il pittore Ferdinando Orselli in una lettera a Vittore Ghislandi chiedeva "Qui stiamo male a lacca, onde la prego a mandarmene in una lettera un poco della sua. La potrà far in polvere fina o adattarla nella lettera che faccia poco involto".
Nel 1731 invece è il celebre pittore veneto Sebastiano Ricci a chiederne un po', rivolgendosi al conte bergamasco Gian Giacomo Tassis perché intercedesse per lui: "Cinque o sei once, e se potesse ancora una libbra, di quella lacca fina che il detto Padre sa comporre, ed anche due once di quella che ne fa per adoperarla lui medesimo di una estrema bellezza...".

Negli ultimi 40 anni di vita la sua produzione artistica fu particolarmente abbondante, tanto che si può dire che non ci fossero rappresentantanti dell'aristocrazia, mercanti o anche semplici cittadini che non avessero una sua opera.
Nonostante le debolezze dell'età e le malattie continuò a dipingere fino alla morte avvenuta nel Convento del Galgario, nel 1743. Si dice che gli ultimi dieci anni dipingesse i volti col dito medio perché le sue mani tremanti non consentivano più un uso corretto del pennello.
 
Gentiluomo con tricorno (Museo Poldi Pezzoli)

Data articolo: 26-01-2014


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